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14 Gennaio 2004 

Assemblea Annuale CNA

Roma 14 gennaio 2004 – Hotel Plaza

Io ringrazio molto per questa occasione. In fondo ricambio la visita che i vertici della CNA avevano fatto alla Commissione Attività Produttive il primo luglio dello scorso anno in avvio dell'indagine conoscitiva sul sistema industriale italiano che portiamo a conclusione in questi giorni, direi in queste ore perché il documento conclusivo ho finito di vederlo ieri sera e penso che fra oggi e domani sarà distribuito. E' il risultato di una fotografia che abbiamo fatto a tutto campo. Devo dare atto al collega Bersani di essere stato uno dei sollecitatori, anche se la Commissione Attività Produttive che ho presieduto in questi due anni e mezzo si è occupata di diverse cose spesso in anticipo rispetto al muoversi degli eventi, dalla chimica alla Fiat, all'energia, al tema dei prezzi, e adesso con questa indagine tentiamo di fare uno spaccato, una fotografia.


Be', vengono fuori elementi di difficoltà e anche le possibili iniziative che dovrebbero essere assunte – direi – in una chiave d'intesa ampia, perché non c'è dubbio che su questi argomenti è ragionevole pensare di ricercare delle utili convergenze.


La fase che attraversiamo è difficile perché siamo dentro un'economia che non cresce almeno nel mondo occidentale, e che è stata fortemente frenata dagli scandali che hanno preso le mosse in America e che si sono via via trasferiti arrivando fino da noi. Gli scandali americani hanno fortemente inciso sull'aspettativa di crescita condizionandola pesantemente, e tra l'altro facendo scoppiare una bolla speculativa sulla nuova economia che era di proporzioni così gigantesche che non abbiamo ancora finito di pagarne gli effetti.


Ora è chiaro che di fronte a questo fatto, al muoversi dello scenario mondiale – Bersani ha fatto riferimento alla Cina, si potrebbe pensare certamente ai paesi in via di sviluppo che si affacciano con grande forza sul commercio mondiale – vogliamo anche non smettere di pensare, ammesso che ci pensiamo, alla questione assai più delicata sugli equilibri mondiali che riguarda qualche miliardo di persone che è al di sotto della soglia vitale, perché – spesso lo ricordo, ma vorrei essere ancora più preciso oggi – quando un capo di bestiame in Europa gode di un contributo di due euro al giorno e contemporaneamente un cittadino della fascia sub sahariana deve cavarsela con 0,80 centesimi al giorno, voi capite che noi siamo seduti su una polveriera come mondo occidentale complessivamente inteso, da cui derivano tutta una serie di conseguenze che toccano gli equilibri mondiali nord-sud, che hanno sostituito quelli tradizionali tra est ed ovest, e che interpellano oggi questioni che non possono essere ridotte alla vicenda del terrorismo. Non perché questo non sia grave e pesante, ma perché essa interpella la coscienza degli occidentali in maniera molto precisa.


Dico questo perché quando parliamo della Cina, la Cina non fa parte di questa fascia; ma quando parliamo dei paesi in via di sviluppo non possiamo immaginare che il commercio mondiale si fermi, né potremmo plaudire al fallimento di Cancun, né possiamo immaginare che si debbano introdurre dei dazi a tutela delle produzioni occidentali.


Una cosa diversa è quella del combattere tutti questi meccanismi che vengono posti in essere per falsificare i prodotti, ma avere la conoscenza precisa che o cresce il mercato mondiale, o cresce il commercio mondiale, o diversamente neppure il mondo occidentale è in grado da solo di tenere in evidenza le cose.


Noi siamo all'interno di questo schema in condizioni, quindi, fortemente mutate in Europa. C'è l'euro, non sono possibili svalutazioni competitive alle quali pure il sistema industriale italiano e anche quello artigianale – perché non dirlo? – è stato abituato nel corso dei decenni, la svalutazione come strumento per recuperare competitività. Oggi, tra l'altro, l'euro è così forte che porta gli imprenditori a lamentarsene un po'.


Io credo che prima di lamentarsi dovremo fare tutto quello che è possibile per operare quelle condizioni di forza in termini di competitività nei confronti delle quali spesso non abbiamo l'attenzione adeguata; e penso soprattutto alle iniziative orizzontali che riguardano la politica industriale. Più che immaginare contributi, incentivi, bisogna immaginare una serie di interventi di natura orizzontale sui punti di debolezza; c'è bisogno di riforme strutturali.


Le infrastrutture, la logistica, il trasporto, la ricerca, ecco, se c'è da fare un'eccezione pensando a come rinegoziare il 3% dell'equilibrio dei bilanci europei penso che oltre alle infrastrutture bisogna immaginare uno sforzo eccezionale sulla ricerca, perché è lì che c'è una ricaduta che riguarda tutti i settori produttivi nel loro complesso; ma poi l'energia, il grave divario dei costi.


Il Presidente Malavasi ha fatto riferimento a questo 30-40%, cosa che è nota e conosciuta e che ha, tra l'altro, un suo sviluppo logico. E' così perché nel corso degli anni noi abbiamo fatto più le cicale che le formiche, la burocrazia e il peso dello Stato, il mercato del lavoro e la questione dell'immigrazione, il fisco e alcune attese ancora non realizzate, la finanza e il sistema bancario e la dimensione delle imprese minori rispetto a Basilea Due.


E' chiaro che questi sono tutti elementi che toccano molto da vicino l'operatore imprenditoriale o artigianale al punto che si può dire che spesso la capacità inventiva, la capacità di stare sul mercato è valida fino ai cancelli della fabbrica. Quando si esce fuori questa capacità si riduce perché si incrocia in una miriade di disvalori che portano ad appesantirsi il valore e, al limite, la qualità stessa del prodotto, perché se il prodotto poi incrocia un prezzo negativo va da sé che è anche a decremento della qualità stessa, cioè l'attività non è infinita, ci sono dei punti che devono tra di loro tenersi, vi deve essere un rapporto qualità/prezzo in grado di vincere e di convincere rispetto ai mercati.


Ora non c'è dubbio che è su questi argomenti che si può e si deve organizzare una nuova politica industriale, e quindi revisionando anche questa tecnica delle incentivazioni.


Io penso, ad esempio, che dovremmo affrontare in Europa il nodo dei privilegi fiscali, cioè immaginare una politica industriale che viene incentivata su basi oggettive, togliendo tutte quelle condizioni di discrezionalità della P.A. che comportano sacrifici per chi le deve subire e anche una macchinosità organizzativa davvero insopportabile, per introdurre dei meccanismi che siano automatici, che abbiamo riferimento a dei caratteri oggettivi.


Certo, questo impone di crescere molto in trasparenza, e quando un'economia come la nostra ha quasi un 30% di nero fa fatica ad affermare questo principio della trasparenza perché, come è noto, il nero si diffonde ovunque, non solo nelle società di calcio, e credo che forse può essere anche un retaggio del passato quando qualcuno pensava che l'attività imprenditoriale dovesse essere quasi compiuta di nascosto. Da qui la crescita o delle grandi imprese monopolistiche pubbliche o delle grandi imprese private sovvenzionate, e un certo modo di intendere l'artigianato come qualcosa che doveva essere negletto.


Ora, se questo fosse il retaggio va superato e va riportato sulla soglia della visibilità tutto quello che sta sotto il tavolo; quindi iniziative in questa direzione di natura legislativa, adatte a creare le condizioni perché quello che sta sotto possa effettivamente riemergere, mi pare rappresenti non solo un dato di civiltà ma anche un dato di grande trasparenza del sistema economico.


E questo mi pare in qualche modo il modo come si introduce il secondo argomento sul quale il nostro conduttore vorrà intrattenerci.


Grazie.


 


... applausi ....


 


 


 


seguono altri interventi……………………………..


 


 


 


 


Il mestiere più difficile per un uomo politico o per un dirigente sindacale o per un dirigente di categoria è quello di trovare il punto di equilibrio tra l'interesse particolare e l'interesse generale. E questa è, purtroppo, la sfida che abbiamo di fronte tutti e tutti i giorni, perché tra i nostri gesti proclamati e quelli compiuti nella realtà c'è sempre un divario troppo grosso.


La citazione che ho fatto prima del nero non va presa sotto gamba, perché è la misura delle nostre vaste contraddizioni del settore economico del paese.


Ma, scusate, è possibile tenere alta la questione della rappresentanza sociale pur perseguendo politiche rigorose – questo è il punto -, perché inseguire chi grida di più è la cosa più facile, però, allora, quali sono gli effetti?


Vogliamo vedere qualche esempio?


Si può pensare che l'Alitalia vinca la sua battaglia senza una ristrutturazione? Io non lo credo.


Si può pensare che i Cobas del latte facciano come vogliono? Io non lo credo.


Si può pensare che si facciano gli scioperi nei servizi pubblici in danno degli altri cittadini? Io non lo credo.


E, allora, come facciamo a rimontare come classe dirigente – che fallisce di fronte a questi fatti – insieme?


E' molto semplice: rinunciare a pensare di lucrare un pezzo di consenso su queste vicende che sono tutt'altro che esemplari.


Questo è il nodo politico che riguarda tutti. Qui non c'è né maggioranza e né opposizione perché tocca tutti da vicino, e siccome questo è un paese che si è abituato nel corso degli anni a convivere con i quotidiani conflitti di interesse, una volta che essi esplodono in maniera così visiva qual è la risposta che si dà? Ma io non c'entro! E' lo scarica barile.


Ho letto oggi che le banche sono vittime. Le banche vittime? Vittime di che? L'ho sentito anche dire da un banchiere importante, non voglio neanche citarlo, ma questo ruolo di vittima è un ruolo che fa riferimento ad un vestito sbagliato.


Non è così. Queste cose sono potute accadere perché vi è stata una logica di sistema che si è mossa in maniera sbagliata.


Guardate, io non è che ho combattuto una battaglia personale, però se nel dicembre del 2002 – non vorrei che aveste capito male, dicembre 2002 – in un'audizione parlamentare, presente il Commissario Monti, ho chiamato la vicenda Cirio una truffa: dicembre 2002. Ovviamente era un silenzio assordante, così come quando nei mesi scorsi ho detto che chi ha collocato al mercato del risparmio titoli senza reting se li doveva ricomprare, soprattutto chi ha collocato quei titoli per rientrare di crediti incautamente concessi.


 


... applausi ....


 


Un silenzio assordante, ma qui si tocca l'autonomia di qualcuno. Io sono per la difesa dell'autonomia sacrale, ma questa deve essere davvero tale. Se l'arbitro scende in campo e trucca la partita non è più un'autonomia rispettabile.


Allora, vogliamo ragionare davvero?


Mi pare che adesso, purtroppo però, lo spirito bypartisan o questa condizione di disponibilità accada a seguito di vicende così drammatiche, l'una delle quali tira l'altra e ne annuncia un'altra, va da sé che non è la migliore condizione perché la magistratura si sta occupando di quattro cose sul risparmio: la Bipop (?) – avevo avuto occasione di occuparmene ancora prima -, la Cirio , la Parmalat , la Banca 121.


Ora quando interviene la Magistratura vuol dire che chi doveva funzionare non ha funzionato, e i controlli che erano previsti, interni ed esterni – e controlli interni ce ne dovrebbero essere tanti -, i consigli di amministrazione, pensate al ruolo dei cosiddetti consiglieri indipendenti. Dove stanno? Forse dovremo cercare di scovarli da qualche parte. I collegi sindacali a chi rispondono? Certamente non alla loro coscienza. I controlli esterni, le agenzie di certificazione dei bilanci che magari fanno anche le consulenze, e poi le società di reting.


Bisogna che apriamo gli occhi. Nel mondo sono tre, ma questi che cosa sono? Sono dei divinatori? Il timbro alla Parmalat lo hanno dato loro perché il 70% dei bond collocati sono venuti dalle prime quattro banche del mondo, non è che li ha collocati la Cassa Rurale di Casalmoro.


Allora vedete com'è complessa la cosa? E qui, quando qualcuno dice ma Tanzi a chi faceva riferimento.... Io inorridisco perché c'è il tentativo anche lì di scaricare di scaricare sulla politica togliendosi le responsabilità: io no c'ero, e se c'ero dormivo!


No, no, no, non è così. Se si vuol davvero girar pagina ognuno deve saltare sul carro prendendosi la sua parte di responsabilità, sennò non si esce.


Non basta fare qualche legge, non si esce, perché chiunque è in condizioni di truccare qualsiasi cosa, e non vorrei che scoprissimo che i bilanci a rischio non erano solo quelli delle imprese.


Aggiungo di più. Non vorrei neppure che scoprissimo che la vicenda Tetrapac, cioè le tangenti che scattano tra il fornitore e l'impresa attraverso l'imprenditore, non fosse poi un caso così isolato. E' che c'è molta confusione nel valutare la cosa che è considerata come propria e la cosa che dovrebbe essere considerata della società.


L'impresa è un bene che ha un valore sociale. Quando si confonde il confine dell'impresa con i propri interessi particolari, e mi risulta che la cosa sia molto diffusa nel nostro paese sennò non si spiegherebbe quel 30% che sta in nero, vuol dire che c'è qualcosa che non quadra, ed è bene che prima ce ne accorgiamo e meglio è.


Altro che le questioni Fazio-Tremonti. Parliamo di cose vere che toccano gli interessi dei cittadini. Siccome oggi c'è la pressione di almeno 150 mila raggirati, usiamo questo termine elegante, ma con molti altri che avendo investito sui fondi si troveranno decurtato l'abitino nel momento in cui andranno a chiedere il riscontro dei loro investimenti, voi capite che la pressione è molto vasta ed è enorme.


Allora la classe dirigente seria comincia queste cose a caricarsele sulle spalle, non a dire io ero vittima, io non c'ero, io non avevo capito.


Ma non avete capito cosa c'è dietro il gioco del calcio? Come ve lo si deve spiegare?


Allora i tifosi non possono permettersi una cosa di questo genere, né si può immaginare che strumentalizzare i tifosi equivalga ad avere una sorta di impunità.


Non va bene, non ci possiamo permettere una sarabanda di queste proporzioni.


Abbiamo il coraggio di dirlo? Io sono un tifoso, ma non sono un tifoso con il salame sugli occhi,


 


... applausi ....


 


cerco di capire, cerco di vedere, e non è un problema di nandrolone, è un problema che quando qualcuno dice che dietro le squadre di calcio ci sono 7 mila miliardi di vecchie lire di buchi è chiaro che questa cosa non può reggere, perché per coprire buchi se ne fanno altri, per reggere quegli stipendi – che magari sono pluriennali – si è immaginato tutto uno sviluppo delle aziende di calcio fondate sulla pay tv che non si è verificato, sono state previsioni totalmente sbagliate.


Allora se non è così bisogna correre ai ripari, o vogliamo invece continuare a pensare che lo sviluppo di chi va a vedere la partita alla domenica davanti alla televisione sia senza fine, per cui noi gli stipendi dei calciatori li leghiamo a quelli?


Dire questo, guardate, non è citare un caso a vuoto, perché le connessioni calcio, latte, banche, non è una connessione che mi sono inventato io. La si vede, è davanti ai nostri occhi, e non vorrei che si aprissero altri cataclismi.


Allora cosa vuol dire? Che colore politico diamo a questa roba qui?


E' un colore nero, non è né bianco e né rosso. E' nero, è il nero della vergogna che tocca tutti. Dobbiamo porvi rimedio perché le cose vengono da lontano, non sono cominciate ieri mattina. Vengono da molto lontano e, allora, a me e ai colleghi parlamentari ai quali piace pavoneggiarsi la domenica andando allo stadio a farsi vedere, pensando di conquistare così un voto, dico attenti, siamo arrivati al punto di rischio di non ritorno. E' bene che ci occupiamo di queste cose e non delle partite di calcio.


Avete capito cosa voglio dire? Non della partita che spero che – almeno quella – sia stata una partita vera, che non fosse truccata anche quella, quella che si è vista, perché non vorrei che scoprissimo che la tentazione ha portato anche a manipolare chi dava i calci al pallone.


Parlo di quello che c'è dietro, della struttura, dell'organizzazione, di quello che appare di questo mondo della futilità che spesso è una condizione in cui anche chi dovrebbe avere la vista lunga perde in una breve visione e in un volgere di un attimo che, ovviamente, porta alla conclusione più generale.


Io chiedo scusa per questo, ma non era una tirata retorica. Bersani sa che stiamo lavorando con serietà su questi argomenti, e che lo spirito parlamentare bypartisan è una condizione vera per andare fino in fondo alla sostanza dei problemi.


E così, come ho fatto prima quella battuta sul colore degli industriali, non ho difficoltà a dire che noi dobbiamo resistere alla tentazione di strumentalizzare politicamente quello che è di fronte ai nostri occhi, però prendendoci ognuno fino in fondo la propria responsabilità.


Nessuno può dire io non c'ero, questo fa parte di un altro, sennò dovremmo tornare indietro e vi dovrei raccontare una storia altrettanto pericolosa del '93-94, e non vorrei riprendere da lì perché è una storia molto ma molto pericolosa che ha profondamente inciso sulle sorti della democrazia italiana.


Grazie.

 

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