BRUNO TABACCI
Grazie per quest'occasione molto importante. Pensando al successo del convengo che si svolge in questi giorni a S. Vincent, mi viene da riflettere sulla “fame” di politica che c'è in giro. Credo che se si vuole guardare un po' alla storia passata, si debba riconoscere che alcuni leader storici come Carlo Donat-Cattin e Giovanni Marcora sono stati dei costruttori di politica, creando occasioni nelle quali il confronto diventava il fulcro della politica. Oggi è difficile trovare sedi, al di là di quelle formali, nelle quali si possa costruire davvero politica. Infatti tutti sentiamo una grande esigenza in tal senso.
Ho dato un'occhiata alle dieci anomalie e mi pare che siano scritte bene, sintetizzano le condizioni nelle quali viviamo.
Sulle prime quattro, che toccano i sistemi elettorali e il ruolo dei partiti, altri hanno già detto, sono ampiamente condivisibili.
Noi oggi siamo chiamati a discutere della quinta e della ottava, il ruolo dello Stato imprenditore e il ruolo del sindacato, con qualche riferimento alla sesta, cioè all'assetto istituzionale.
Io non credo che si possa tornare indietro riguardo al ruolo dello Stato imprenditore. Allo Stato compete esclusivamente di individuare le politiche economiche ed industriali, non compete, secondo me, di partecipare direttamente all'attività industriale.
Le scelte degli anni novanta furono originate non solo dalla necessità, indotta dai parametri finanziari comunitari, di invertire la tendenza della finanza pubblica in senso virtuoso, al fine di ridurre un debito pubblico che è stato tutt'altro che riassorbito, ma anche di dare un maggior dinamismo all'attività imprenditoriale, di attivare risorse private, di mettere in campo un meccanismo in grado di produrre ricchezza.
Credo non si possa tornare indietro, anche se non tutte le azioni legate a quelle privatizzazioni sono state caratterizzate da virtù, al contrario talvolta sono state caratterizzate dall'opportunismo.
Sul ruolo del sindacato la sintesi critica è evidente: il passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo e atipico fa sì che oggi le organizzazioni sindacali siano prevalentemente organizzatrici di pensionati e ciò deve indurre ad una riflessione profonda e ad una analisi critica sul ruolo del sindacato, sulla sua condizione all'interno delle istituzioni del paese.
Potremmo prendere la FIAT come caso paradigmatico per costruire un ragionamento. Ne abbiamo parlato in questi giorni in Parlamento, noi come Commissione attività produttive ce ne siamo già occupati quando qualcuno pensava che fossimo impertinenti: ancora un anno fa Cantarella e Fresco vennero a raccontarci che stavamo vivendo “nel paese dei balocchi”.
Si tratta di una crisi che viene da molto lontano: un disimpegno, di fatto, dell'azionariato di controllo che pur avendo investito molto sull'innovazione di processo ha investito nulla o quasi in termine di innovazione di prodotto, e ciò è dimostrato dal fatto che la grande azione condotta dal governo Prodi legata alla cosiddetta rottamazione ha finito per avvantaggiare i produttori concorrenti, così come la “mini-rottamazione”, tentata nei mesi scorsi, ha ottenuto lo stesso effetto.
Io penso in sintesi che si possa dire questo: dobbiamo distinguere con grande precisione la questione industriale dalla questione sociale. Se noi confondiamo i due piani rischiamo di confonderci le idee e di pensare che produrre per i piazzali equivale a creare ricchezza. Se si produce per i piazzali dove vengono stoccate le auto si mettono in crisi anche i posti di lavoro sani.
La questione industriale è quindi prevalente, è in qualche modo un prius : se noi risolviamo quella con la competenza e la decisione che è necessaria possiamo creare le premesse non solo per salvaguardare il fatturato e i posti di lavoro nel breve periodo, ma anche per creare delle prospettive di tenuta strutturale nel medio e lungo termine.
Nel 2010 ci saranno nel mondo solo otto produttori di rilevanza nazionale, tra questi non ci sarà la FIAT. È una condizione della quale occorre prendere atto se non si vuole parlare a vanvera.
Date queste condizioni, si può senza timore di smentita affermare che se non si intraprende un risanamento profondo non si sarà mai “appetibili” per accordi internazionali che allo stato appaiono assolutamente necessari. Pensate al caso della FIAT PUNTO o dei tre stabilimenti che vengono considerati dalla struttura FIAT come un unicum: Melfi, Termini Imerese, Mirafiori. A fronte delle 370.000 PUNTO prodotte nel 2002, se ne potranno vendere forse 240.000 nel 2003. Questo induce ad affermare che ci si deve orientare verso una riduzione della capacità produttiva, la quale non potrà essere attuata a Melfi, che è considerato uno dei cinque più efficienti stabilimenti del mondo, ma dovrà essere realizzata o a Termini Imerese o a Mirafiori.
Va da sé che bisogna cercare alternative produttive. L'idea di mandare a casa i lavoratori è sbagliata, ma l'idea di costringere a costruire automobili è altrettanto sbagliata. Si devono cercare alternative produttive soprattutto nelle zone dove più debole è il tessuto sociale, creando condizioni per una continuità produttiva in settori omologhi, non necessariamente nel settore auto. Questo è il ruolo dello Stato, questo è il ruolo del Governo, questo è il mix di iniziativa che il Governo deve assumere mettendo insieme gli strumenti, dagli ammortizzatori sociali alle iniziative di politica industriale. Non si tratta di entrare nel capitale di FIAT AUTO.
Già ci hanno pensato le banche, sul punto, a fare una qualche confusione.
Vorrei ricordare a chi è smemorato che nel luglio 2001, quando già il debito della FIAT era più che preoccupante, assolutamente allarmante, la FIAT ha lanciato un'OPA su Montedison senza avere i quattrini per farlo, solo perché il sistema bancario ha deciso di sostenerla per una ragione di potere. Il risultato pratico è stato che la EDISON , uno dei gioielli dell'industria elettrica italiana, è finita di fatto in mano alla EdF .
Ancora a febbraio 2002 la Toro lanciava un'offerta di acquisto nei confronti di Fondiaria. Non so come sia stato possibile combinare una confusione di questa portata! Inoltre è assurdo che quando si rivolge qualche critica al governatore della Banca d'Italia, questa venga scambiata per un'insolenza. Mi dispiace che le critiche motivate possano essere percepite come delle insolenze, parliamo di critiche più che motivate sulle quali si deve ragionare con grande profondità in ordine al ruolo delle autorità indipendenti. Andando verso mercati liberalizzati, le autorità indipendenti hanno una funzione terza che deve garantire il cittadino attraverso una profonda azione di trasparenza. Quando questa trasparenza viene meno, come è accaduto nella recente collocazione di bond Cirio, che ha coinvolto negativamente circa 30.000 risparmiatori creando una condizione di grandissimo imbarazzo, si arreca un danno incommensurabile alla fiducia dei risparmiatori. E' vero che non c'era l'obbligo della CONSOB di valutare il merito del prospetto informativo, ma ciò non giustifica l'accaduto. Ad un cittadino che va in banca e che vede offrirsi un titolo con una cedola del 7,5% di interesse, si può capziosamente far capire che in fondo questo rende molto di più dei titoli di Stato e ciò è puntualmente accaduto. Questa operazione è servita per ridurre il rischio di credito concesso dalle banche, in maniera non troppo oculata, nei confronti della Cirio. Non vorrei che con la FIAT avvenisse la stessa operazione e cioè che la riduzione dell'indebitamento portasse solo al rientro delle banche perché le banche non ritengono di essere parte di un piano industriale nel quale dicono di credere a parole.
Questo è il punto sul quale occorre fare una riflessione meditata. La trasparenza dei mercati è una delle condizioni di una democrazia matura, in cui i diversi soggetti che sono in campo, il mondo del lavoro, il risparmio, l'imprenditoria possono essere garantiti da regole certe. Se così non è, è chiaro che si va verso la confusione.
Faccio tre battute sulle altre questioni che sono state toccate.
Ho molto apprezzato l'introduzione di Pezzotta, che si sta rivelando un leader sindacale pacato, ma fermo, di notevole struttura umana e politica.
Ho avuto modo di dire a Savino che sulla concertazione, non vorrei farne una questione lessicale, nutro molti dubbi. Io preferirei chiamarlo dialogo sociale. Perché al sindacato occorre consapevolezza di essere portatore di interessi particolari. Quando immagina di svolgere una funzione generale rischia di assumersi anche responsabilità che non gli competono. Quindi la consapevolezza del suo ruolo più proprio può servire ad avere una cognizione esatta del ruolo “politico” che può svolgere all'interno del dibattito in corso nel nostro paese. Un ruolo “politico” e di rilevanza sociale sicuramente insostituibile.
Credo di aver capito che la sua apertura in ordine alla riforma della contrattazione, un mix equilibrato tra contratto nazionale e/o regionale e contratto aziendale, rappresenta un'apertura sulla quale il sindacato può cogliere ancora aspetti di grande rilievo.
L'Europa degli Stati nazionali: certamente, guardiamo al federalismo europeo e in un'Europa federata si va con gli Stati nazionali. Vorrei capire se è proprio necessario lanciare questi manifesti ideologici perché solo di questo si tratta. Noi abbiamo ereditato dalla legislatura passata, attraverso una predicazione spesso non chiara sul termine federalismo, una normativa confusa e contraddittoria riguardo alla competenza regionale concorrente. Il nuovo titolo V è un elemento di portata gravissima per i contrasti che determina tra lo Stato e le regioni. Dall'art. 117 della Cost. sono affidate competenze concorrenti alle regioni in materia, ad esempio, di disciplina delle libere professioni. Pensate, mentre da una parte noi dobbiamo osservare le regole uniformi comunitarie per disciplinare le professioni in maniera da non incorrere in condanne per infrazione, dall'altra, in base al nuovo art. 117, ci dovrebbe essere un'attribuzione di competenze regionali per cui la disciplina degli avvocati lucani potrebbe risultare diversa da quella degli avvocati milanesi. Nel mentre gli studi internazionali ormai si muovono su dimensioni globali, noi pensiamo di rispondere con le micro-dimensioni regionali. Penso anche al settore dell'energia: ormai le regioni, in questi ultimi mesi, sono state capaci di adottare una serie di “piccoli” piani energetici regionali, con il Friuli che pensa di applicare una tassa sui gasdotti e il presidente Galan che pensa di chiudere Porto Tolle. Ma dove si crede di andare? Noi dobbiamo cercare di rispondere ad un rischio di black out energetico e invece pensiamo di costruire una politica energetica fondata sull'iniziativa delle singole regioni.
Ecco, l'art. 117 va corretto ed è giusto che Bassanini piuttosto che Mancino riconoscano il modo affrettato con cui sono arrivati a quella conclusione e la dissennatezza che li ha portati a votare la modifica costituzionale con soli quattro voti di scarto. Ciò ci deve indurre ad intervenire nel migliore dei modi sul testo proposto dall'on. Bossi, a correggere laddove c'è da correggere, a ricostruire laddove c'è da ricostruire. E capisco che l'on. Fini abbia mandato una lettera così preoccupata ai suoi parlamentari, è naturale che sia così: non capisco perché al Senato si debba per forza votare il testo così com'è, dicendo che tanto poi lo manderemo a quei “cattivi” della Camera che lo cambieranno. Certamente alla Camera lo cambieremo, perché quel testo così com'è non va bene.
Noi non possiamo fare manifesti ideologici, dobbiamo avere grande attenzione a quella che è la storia del regionalismo. Io ne parlo non come Guzzetti, ma una qualche esperienza in materia l'ho maturata e non per la verità alla guida di una piccola regione. Credo che quell'esperienza serva per confermare che siamo vicini a quell'impostazione in termini culturali: applicando il principio della sussidiarietà, si facciano le cose più vicine al livello dei cittadini, ma non per questo dobbiamo lanciare un manifesto ideologico come se questo fosse l'affermazione di un nostro ruolo politico.
È già accaduto sugli immigrati: tali lavoratori servono per mandare avanti le nostre attività produttive, laddove i giovani in Italia non vogliono più fare certe professioni. Abbiamo faticato due o tre mesi per far marciare un'idea che era minima, era una cosa scontata.
Voglio dire che qui non esiste il problema della maggioranza, uscire, entrare, rimanere. Noi siamo lì e lì restiamo. Il problema però è che se viene meno la cultura di governo, se si pensa di governare per strappi, allora si sbaglia. Noi dobbiamo governare, siamo stati chiamati al cambiamento, dando una risposta alla richiesta di riforme profonde che c'è nel Paese.
I cittadini ci hanno dato una maggioranza che non aveva neanche De Gasperi. Ci chiedono di governare. Noi non possiamo scaricarci di questa responsabilità pensando di trasferirla ad altri.
Io credo che su questi temi sia possibile fare molto e credo che sia stato molto utile che l'iniziativa di Fontana e degli altri amici abbia prospettato al sistema politico un'occasione per una riflessione profonda. La riprenderemo; tra qualche giorno, noi come Unione dei Democratici Cristiani andremo a congresso, sarà il modo per chiarire posizioni, per indicare prospettive; certo prospettive non di breve durata, non si tratta di ragionare esclusivamente con riferimento al governo nel quale siamo oggi, ma lanciare una prospettiva al paese. Perché si sente l'esigenza di qualcosa che manca? I partiti sono una realtà più complessa rispetto ai governi. I partiti hanno il dovere di interpretare esigenze umane, intellettuali, culturali, sistemi di sensibilità diffuse, di lanciare un messaggio che va al di là del governo. Il ruolo dei partiti è un ruolo che trascende il governo del momento, va oltre. E' di questo che abbiamo bisogno. Dobbiamo ricostruire le basi della politica, riproponendo il modello dei partiti democratici nei quali si possa riprendere la discussione.
Questo è quello che ci manca, questo è quello che dobbiamo tentare di fare.