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  Discorsi
06 Dicembre 2002 

Intervento congressuale dell'on. Bruno TABACCI

Roma, 6-7-8 dicembre 2002

Cari amici delegati,

oggi partecipiamo ad un evento che potrebbe avere un valore storico.

Dipende da noi e da come lo sappiamo interpretare.

Finalmente, dopo tante, troppe incertezze, nasce l’UDC (Unione dei democratici–cristiani) la prima occasione di ricomposizione della diaspora democratico-cristiana.

Ci si riunisce per colmare un vuoto di politica, per diventare più attrattivi e condizionanti rispetto ad altri soggetti politici operanti in Italia e ricadenti nella sfera di riferimento del PPE (Partito Popolare Europeo).

Ora noi abbiamo il dovere di radicarci. Non escludiamo domani di poter convergere. Ma in un nuovo soggetto politico popolare e democratico, perché noi i dirigenti li vogliamo eleggere. Abbiamo ripreso gusto a votare. Non accetteremo di farci cooptare.

Si creano così le premesse per la ricomposizione di una vasta area politica di centro, quella Degasperiana, che ha rappresentato il punto di approdo stabile per idee e culture diverse ugualmente rappresentative della stragrande maggioranza del popolo italiano.

Per questo UDC si deve leggere anche “Unione dei Democratici di centro”, una direzione di marcia, un approdo che sappia fare politicamente sintesi tra tradizione cattolico-popolare e tradizione laico-liberaldemocratica.

Si potrebbe dire una sintesi di valori civili e sociali e di ancoraggi culturali LIBERAL-CRISTIANI.

Operano in Italia diverse fondazioni che si richiamano a quelle nobili esperienze politiche: la Fondazione Sturzo – la Fondazione De Gasperi – la Fondazione La Malfa – la Fondazione Saragat.

L’UDC può diventare il loro riferimento politico, perché vi è uno stretto nesso tra cultura e politica. Senza cultura politica, anche la proiezione nell’azione di governo appare frutto di improvvisazione.

Perché un partito e non un semplice movimento?

Perché il recupero della politica passa attraverso la riscoperta del ruolo dei partiti.

Distrutti e sbaragliati dalle loro insufficienze e dalle loro negligenze, nonché dalla grande ubriacatura moralistica (e farisaica) che ha attraversato il lungo e in largo la società civile negli anni ’90.

Eppure così essenziali, se si vuole evitare una pericolosa deriva per il sistema democratico.

Ed è qui che va affermata l’autonomia del partito rispetto al governo del momento. Perché c’è una diversa traiettoria. Il Governo e la coalizione hanno una traiettoria più breve. Il partito interpreta i sentimenti, le attese, le speranze, i sogni della gente e deve avere un orizzonte più ampio. Sono ruoli che vanno tenuti distinti perché diversi sono gli orizzonti spaziali e temporali.

Noi abbiamo creduto con tutte le nostre forze (e le nostre provocazioni) a questo processo.

E’ una risposta concreta alle tentazioni plebiscitarie, leaderistiche, opportunistiche di una politica stretta tra le sue esigenze di semplificazione (e di consumo immediato) e le sue traduzioni personalistiche.

Da questa strettoia sono nati meccanismi elettorali, rimasti incompiuti (vedremo se purtroppo o per fortuna!) che hanno determinato ai vari livelli atteggiamenti o attese presidenzialistiche, mal conciliabili con il ruolo, almeno nel nostro Paese, di un moderno partito popolare e democratico.

Non mi piace la deriva presidenzialista. Tra l’altro abbiamo una maggioranza parlamentare più ampia di quella che aveva De Gasperi. Usiamola per governare. Usiamola anche per registrare gli equilibri dei poteri regionali al fine di evitare di mettere i consigli regionali in una condizione di subordinazione rispetto al potere acquisito dai “governatori”. Bisogna trovare un punto di equilibrio tra quel che si è fatto in termini di stabilità e quel che si deve fare in termini di partecipazione piena al processo legislativo e democratico.

Per questo l’evento di oggi può e deve risultare decisivo e contagioso.

Vogliamo costruire, pur in condizioni non favorevoli, un partito politico moderno, democratico, di respiro europeo in grado di ridare dignità e spessore ad una politica che riprenda e faccia crescere il canale di comunicazione con la gente.

Un partito che nasce, dopo tanti anni, da un sofferto e difficile passaggio democratico dal basso (l’elezione di oltre 2000 delegati in assemblee dove spesso si è votato davvero).

E’ bello vedere che non c’è un controllo su di voi, come è apparso chiaro anche nel libero voto di ieri sera. Ringrazio Buttiglione per la sensibilità che ha dimostrato nell’interpretare correttamente quel voto.

E voi delegati non mancherete di esercitare il vostro ruolo decisivo nel dare forme e regole al partito, e nel posizionarlo politicamente all’interno dell’alleanza cui prima hanno dato vita CCD e CDU, sanzionata con successo dagli elettori, e successivamente si è aggiunta DE a seguito di un passaggio elettorale autonomo. Il segretario che eleggerete, l’on. Follini, con il nuovo gruppo dirigente avrà il segno positivo di questo processo democratico.

Ciò fa derivare una collocazione del nuovo soggetto politico UDC leale, ma di frontiera rispetto al complesso della coalizione di centro-destra e in grado di aprire un fronte di dialogo con il resto del sistema politico, potendo rappresentare un punto di dinamismo.

E parlo non di furbizie e di tatticismi, ma di un dinamismo strategico sui temi politici, programmatici, istituzionali e di governo da legare strettamente ai problemi del Paese e agli interessi dei cittadini.

Si deve costruire un rapporto con l’opposizione parlamentare che pur nella chiara distinzione dei ruoli agevoli il lavoro legislativo, allargando l’area della convergenza, specie per le riforme che toccano gli assetti istituzionali del Paese.

D’altro canto già all’atto della formazione del governo Berlusconi all’avvio di questa legislatura, il gruppo dirigente CCD-CDU scelse più o meno consapevolmente una collocazione di dialogo politico tra gli schieramenti in campo con l’elezione del suo leader Pierferdinando Casini alla Presidenza della Camera dei Deputati e una conseguente più ridotta partecipazione diretta allo stesso governo Berlusconi.

La interpretazione politica data da Casini al suo ruolo istituzionale (misurata e attenta, ma non statica) ha avvalorato nei fatti (e questi contano molto più delle parole) e nella loro ricaduta la collocazione del partito che si andava costruendo anche con il contributo di Sergio D’Antoni.

Abbiamo saputo aprire in questi mesi uno spazio politico importante al centro, diventando un punto di attenzione e un potenziale punto di attrazione.

Questo spazio va consolidato. Non lo possiamo bruciare con impazienza quanto agli assetti di potere. Non mi piace la parola "rimpasto".

Potrebbe tra non molto essere necessaria una diversa parola: "nuovo governo Berlusconi con nuovo programma".

Inflessibili invece dobbiamo essere sui contenuti dell'azione di Governo. E' su questo punto che Berlusconi deve confermare le speranze che sono state riposte in lui dagli italiani che hanno votato su di un simbolo sul quale stava scritto il suo nome.

Abbiamo notato appannamenti nel governo; un prendere le cose dal verso sbagliato come sui temi della giustizia.

E' urgente che Berlusconi se ne faccia carico aggiornando il programma di governo e spostando il baricentro della coalizione verso il centro equilibratore, quasi naturalmente portatore di una valida cultura di governo.

Non si tratta, per noi, né di uscire dal governo, né tantomeno dalla maggioranza. Ma di far prevalere le nostre ragioni nell'uno e nell'altra; non per orgoglio di appartenenza, ma nell'interesse del Paese.

Come è già accaduto. Lo sa bene l’on. Volontè.

Sulla giustizia abbiamo messo in evidenza la necessità di una riforma complessiva. La separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti è necessaria, e sarebbe capita dal Paese. Avremmo dovuto farla subito.

Abbiamo avuto invece molte difficoltà a farci capire inseguendo il processo di Milano a Previti.

Per fortuna, su rogatorie e legittimo sospetto, abbiamo introdotto dei distinguo importanti che hanno corretto i testi originari.

Ma il distinguo più importante viene dalla nostra storia. Noi ci siamo difesi nei processi, non dai processi. E ieri voi lo avete testimoniato a Giulio Andreotti perché sul nodo giustizia/politica avremmo molte cose da dire. Intanto non è vero che quella stagione giustizialista nasce con l’avviso di garanzia consegnato a Berlusconi nel vertice di Napoli; in realtà trova le sue radici nell’XIma legislatura, interrotta con modalità che ancora dobbiamo capire dal Presidente Scalfaro. Ed è qui che si deve collocare la necessità di un gesto politico equanime che chiuda quella fase. Non si tratta semplicemente di un gesto di clemenza per alleggerire le carceri, ma di rimuovere a chi ha fatto il suo dovere civile e politico rispetto al Paese il marchio dell’infamia. Perché sembra che la discontinuità nasca proprio lì, con la negazione della grande storia che è stata rappresentata dalla Democrazia Cristiana. Lo sappiamo. Abbiamo capito, abbiamo ancora in mente il cappio della Lega e ricordiamo anche una certa egemonia che l’’on. Violante era in grado di esercitare perfino nei confronti di Alleanza Nazionale. E’ vero si, c’era una corsa tra chi sapeva agitare il cappio meglio degli altri. Ma Forza Italia non può pensare che la storia pulita comincia con la sua nascita, anche perché in realtà eredita lo spazio politico di quella coalizione di centro-sinistra che a lungo ha governato il Paese. La questione dell’uso politico della giustizia non sorge con la nascita di Forza Italia. E’ precedente. Se non riusciamo a collocarla in maniera corretta, avremo tutti grandi difficoltà ad uscire dall’ambiguità nella quale ci troviamo. Pensiamo a Citaristi. E’ necessario che un gesto di ricomposizione parta dall’amnistia.

Sugli immigrati abbiamo evitato che la Bossi-Fini, così come l'avrebbe voluta la Lega, mandasse in galera un milione di lavoratori extracomunitari e abbiamo creato le premesse intanto per regolarizzarne 700.000.

Così abbiamo incrociato gli interessi del mondo produttivo con la sensibilità del mondo cattolico.

Sulle Fondazioni bancarie, abbiamo certo favorito la riforma, ma abbiamo impedito lo stravolgimento e il sostanziale esproprio di istituzioni con funzioni e compiti così delicati verso il volontariato, il terzo settore, la solidarietà, la cultura, la ricerca.

Se Tremonti ci avesse ascoltato non sarebbe stato affondato dal Tar, dopo essere stato speronato dal Consiglio di Stato.

Sulla crisi della Fiat abbiamo indicato per tempo il cammino impervio ma necessario da percorrere sul terreno industriale, come premessa per affrontare con serietà e con realismo la questione sociale.

I lavoratori devono essere tenuti occupati, non per pietà, soprattutto nelle aree più delicate dal punto di vista dell'equilibrio sociale, senza per questo pensare di poter costruire automobili per i piazzali e non per il mercato.

Ma l’azionista non può defilarsi, come ha fatto negli ultimi 10 anni.

E’ necessario distinguere il piano industriale da quello, altrettanto decisivo, sociale. Ma la garanzia sta nella consistenza e nella credibilità del piano industriale. Se questo c’è anche gli ammortizzatori sociali hanno la loro efficacia, ma se il piano industriale non c’è, rischiamo di illuderci di allontanare la fuoriuscita da un settore che potrebbe riproporsi da qui a pochi mesi. Purtroppo quel che è venuto meno è l’aver creduto nella centralità dell’auto, il non aver compiuto quelle scelte di investimento così necessarie per un settore con una domanda stagnante e con una concorrenza sempre più aggressiva. Eppure la FIAT operava in un mercato internazionale, forte della posizione di quasi monopolio acquisita in Italia. Ed è tardi parlare ora dell’IRI; noi l’IRI l’abbiamo difesa quando era il caso di farlo; noi abbiamo difeso la struttura industriale del nostro Paese perché sapevamo bene come abbiamo potuto costruire una politica industriale grazie al ruolo dell’IRI. Oggi non si può tornare indietro.

Lo Stato non può rientrare nel ruolo di imprenditore. Le liberalizzazioni che abbiamo fatto negli anni ’90, avevano il loro significato; si trattava di dare respiro e dinamismo all’economia e di contenere il debito pubblico; è questo che abbiamo fatto e indietro non si può tornare. Se noi torniamo su queste scelte creiamo una grande confusione anche nei mercati internazionali. E Tremonti non può un giorno spiegarci che è liberista, l’altro che è dirigista ed il terzo che è interventista.

Abbiamo concorso a correggere la manovra economica, facendo una operazione verità, difendendo le buone ragioni del Sud che sono quelle dell'intero Paese.

Ma quanta fatica e quante incomprensioni!

Abbiamo tenuta alta e chiara l'idea dell'Europa - vero on. Baccini? alleati leali ma non succubi degli USA - anche di fronte alle eccitazioni della Lega. L'Europa è la nostra opportunità, è l'esaltazione dei nostri ideali, è la nostra continuità politica. Per questo non la vediamo come una camicia di forza.

L’on. C’è ha chiesto le mie dimissioni. E’ vero che io sono Presidente di una Commissione anche con i voti della Lega, ma forse Bossi non è Ministro della Repubblica con i voti dei centristi?

Ora dobbiamo reggere sulla devoluzione. Non possiamo condividere l’idea di entrare in Europa a brandelli.

I programmi sottoscritti vanno rispettati, ma anche misurati di fronte alle nuove evidenze. Far finta di niente sarebbe gravemente colpevole.

Poiché l'art. 117 della Costituzione, quello voluto dalla sinistra con un voto assai risicato nella legislatura precedente, è entrato in vigore l’ottobre dello scorso anno, nessuno era in grado di prevedere gli effetti deflagranti che si sono manifestati. Ora l’idea di collocare la devoluzione sopra l’impianto del nuovo art. 117 senza correggerlo, vuol dire portare alla rottura l’unità amministrativa del Paese. La devoluzione è l'occasione non per ripetere gli errori del Centro Sinistra, ma per correggerli. E' quello che faremo.

Così come ha detto ieri il Ministro Buttiglione che sul punto è stato molto preciso.

E sulla RAI forse è inutile pensare ad un nuovo CdA. Meglio un commissario di garanzia e nel contempo porre mano ad una riforma radicale del sistema, privatizzando la RAI e riequilibrando il mercato radiotelevisivo.

Perché un'azione così positiva dal punto di vista della produzione legislativa deve essere considerata da qualche alleato la prova della nostra scomodità?

Non abbiamo certo chiesto poltrone!

E non abbiamo intenzione di chiederle. In questo senso l’on. Follini è una garanzia. Follini sarà l’unico leader di un partito della coalizione che non siede nel governo e come tale renderà di tutta evidenza la nostra impostazione sull’autonomia del partito rispetto al Governo.

Eppure ci sarebbero tutte le condizioni per fare al meglio quell’azione di governo del Paese, un’azione di rinnovamento e di profonde riforme strutturali, per cui siamo stati votati nel maggio del 2001.

La sinistra è fortemente in crisi, stretta tra movimentismi e girotondini, incapace di portare a compimento il processo avviato sulla strada del riformismo.

Ma non possiamo né compiacerci, né limitarci a contemplare questa crisi.

Ancor peggio stanno molti popolari e sbaglia De Mita a fare l’invito che fa oggi; quell’invito va rovesciato; vuol dire che non ha fatto quello sforzo di aggiornamento per il quale pure si era distinto negli anni vissuti da leader della Democrazia Cristiana. Questi amici popolari sono confusi nella Margherita e ormai ci guardano come una speranza. Non lasciamola cadere. C’è lo spazio per una ricomposizione politica che abbia una sua prospettiva elettorale. Dobbiamo puntare in particolare alle elezioni europee. Forse qualcosa di nuovo da lì potrebbe arrivare e con esso la spinta a rimodellare meccanismi elettorali e assetti istituzionali, guardando senza incertezze alla esperienza tedesca.

Sono convinto che l’on. Folllini sarà capace di guidarci con equilibrio e determinazione lungo questo percorso difficile, ma carico di grandi potenzialità.

Sarà un segretario vero, perché noi abbiamo bisogno di un vero segretario.

Vorremmo tranquillizzare tutti.

Non moriremo democristiani, perché ciò che noi ex-democratici cristiani vogliamo costruire, insieme agli altri, è qualcosa di assolutamente nuovo, ma saldo per le radici antiche.

E queste radici sono la nostra storia. Una storia alla quale ogni italiano deve moltissimo.

Repubblica, Democrazia, Ricostruzione, Atlantismo, Europa, Anticomunismo, Sviluppo economico e Sociale, Senso dello Stato, Cultura di Governo, Rispetto della Persona.

Su questi valori è cresciuta la storia d’Italia, la vita di tante generazioni, di tanti uomini e di tante donne; e su questi valori è cresciuto un Paese occidentale e europeo.

Le altre formazioni politiche sono arrivate ad essi quasi tutte dopo, molto più tardi: alcune non ancora compiutamente.

E’ stato un vero capolavoro di laicità aver trattenuto e fatto crescere i cattolici su quei valori, senza che essi fossero tutti naturalmente e tradizionalmente loro. Anzi sono diventati protagonisti anche di valori umani di tradizione laica.

Ecco, questa è stata la forza della DC.

Con il tempo questi valori, cattolici e laici sono diventati diffusi, acquisiti da tutti.

Poi c’è stato l’affievolimento degli anni ’90; con la crisi della politica e dei partiti; l’avvento di Mani Pulite e del giustizialismo; il prevalere di una sinistra che, senza aver fatto i conti con la sua storia, cavalca l’occasione che si prospetta di fronte alla resa di una intera classe dirigente.

Quel vuoto della politica è ancora tutto da colmare; in ogni latitudine della geografia politica si registra una carenza.

Ed ecco perché la tensione ideale è fondamentale; ed occorre che sui grandi temi quali giustizia, libertà, identità occidentale, globalizzazione, democrazia economica, politica estera, il confronto sia tenuto alto, fuori dalle miserie del quotidiano, riportandoci sempre al problema dalla parte della testa e non dalla parte dei piedi.

C’è un forte bisogno di ricostruzione ideale; e gli elettori si muovono e si fanno attrarre da chi prospetta un cambiamento equilibrato e sicuro: ovunque in Europa.

Mi auguro che l’UDC riesca ad interpretare questa ambizione.

Per questo il calore della vostra presenza, la forza che sprigiona da questa grande assemblea ci dà l’ebbrezza di un nuovo inizio.




 

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