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  Attività legislativa (In assemblea)
06 Novembre 2002 

Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2003) (approvato dalla Camera e modificato dal Senato) (3200-bis-B)

Intervento nella seduta n. 218 del 6/11/2002

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 6 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 3200-bis sezione 3).

Ha chiesto di parlare l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.


BRUNO TABACCI. Signor Presidente, colgo l'occasione per intervenire sul complesso degli emendamenti agli articoli 6 e 7 perché, con la proposta di concordato preventivo, si ipoteca una parte rilevante delle entrate, o meglio si vorrebbe ipotecare, o meglio ancora si spera di poter ipotecare. Vi è un problema che riguarda il Governo attorno alla congruità dell'attesa entrata.

Colgo questa occasione per fare una riflessione di carattere più generale in ordine al tipo di impegno che stiamo sostenendo nella discussione su questo disegno di legge finanziaria, in presenza di una crisi di fiducia nei meccanismi, nelle istituzioni che governano l'economia mondiale - che determina, tra l'altro, un'attesa sempre più rinviata di una ripresa che non c'è, le cui avvisaglie non si vedono - per molti aspetti sorprendente ed inaspettata.

Credo che tutto ciò, segnalato dall'andamento della borsa e dalla stagnazione dei consumi, sia uno degli elementi con i quali rischiamo di dover marcare un risveglio assai brusco.

L'Europa è pienamente coinvolta da questa crisi e la discussione che si svolge al suo interno evidenza la difficoltà di individuare percorsi condivisi e l'incertezza circa le soluzioni da proporre. Il dibattito confuso e scarsamente comprensibile attorno al patto di stabilità ne è la dimostrazione concreta.

Questo clima determina le incertezze che sono anche dentro i numeri e le misure del presente disegno di legge finanziaria.

È per questo che, per poter capire il disegno di legge finanziaria, bisognerebbe compiere un passo indietro e guardare un po' più da vicino cosa avviene nella casa comune europea.

Il patto di stabilità e crescita rappresenta la polizza di assicurazione dell'euro e dei paesi dell'Unione in materia di finanza pubblica. Il patto però è un ottima garanzia che si mantengano i bilanci in ordine, ben al di là del varo della moneta unica. È stato, tuttavia, concepito per governare una fase di crescita e contrastare tensioni inflazionistiche, mentre fatica a cimentarsi con una fase di sostanziale stagnazione delle economie europee. Il patto garantisce la stabilità, ma ha assai più difficoltà ad assicurare la crescita. Si è di recente parlato di una modifica del patto o, comunque, di una sua interpretazione flessibile che tenga conto della sensibilità dei bilanci pubblici all'andamento del ciclo economico. È stata messa in discussione la validità della scelta di vietare di finanziare la spesa pubblica, ricorrendo all'indebitamento, anche per quanto riguarda la spesa per investimenti, compresi quelli concordati in sede comunitaria. Su tali ipotesi si dovrebbe discutere a lungo e questa dovrebbe essere una delle sedi. Le grandi questioni europee devono essere discusse non solo nelle sedi europee, ma anche nei Parlamenti nazionali, se vogliamo che il circuito democratico funzioni pienamente.

Solo così, le scelte assunte a Bruxelles potranno avere il pieno consenso dell'opinione pubblica, evitando il rischio che esse siano viste come il prodotto di apparati privi di effettiva rappresentatività. Ciò che mi appare oggi indispensabile è un sussulto di iniziativa politica da parte dell'Unione e dei singoli paesi che la compongono.

Occorre, in ogni sede, concorrere al dibattito e tessere le fila di una politica economica e finanziaria europea che coniughi efficacemente stabilità e sviluppo. Ci si imbatte, tuttavia, a questo livello, in un limite della costruzione europea di carattere istituzionale che concerne procedure e metodi di lavoro inidonei a connettere il dibattito sulle politiche economiche, svolto nelle sedi nazionali, alle scelte che si compiono in sede europea. Si stabilisce solo tale legame.

Appare, tuttavia, possibile evitare che, nella delicatissima fase della impostazione e della definizione del formato politico, temi fondamentali per l'Unione patiscono un taglio esclusivamente burocratico o tecnocratico.

Tale rischio era stato acutamente descritto da Carlo Azeglio Ciampi nel 1998, nel corso di un'indagine presso la Commissione esteri della Camera in cui si parlava della Banca centrale e della sua funzione. Vi è una Banca centrale con la sua autonomia ed un Governo con i suoi organi responsabili che decidono e sviluppano la politica economica del paese, per cui le due componenti, politica di bilancio e politica degli investimenti, si confrontano con una politica monetaria svolta, con indipendenza, dalla Banca centrale nazionale.

In Europa non vi è questo centro di potere che decide sulla politica economica. Questa è una zoppia, diceva il nostro Presidente, che è inevitabile correggere e che ci porta necessariamente ad un passo avanti nella costruzione europea.

Non vanno, inoltre, dimenticati i limiti e le caratteristiche della Banca centrale il cui capo è una persona nominata e non eletta. Inoltre, la Banca centrale tanto più può rivendicare la sua autonomia operativa nel campo della moneta al fine di garantire condizioni di stabilità subordinatamente al concorso alla crescita, quanto più renda conto agli organi democraticamente eletti. Anche questo è un altro punto fondamentale da tener presente. Fin qui, Carlo Azeglio Ciampi.

Nel momento in cui i problemi ci si presentano in tutta la loro evidenza, appare chiara la debolezza delle procedure, anche delle nostre procedure, causa ed effetto di un vuoto di politica e di un vuoto di responsabilità. Dobbiamo trovare i modi per discutere i confini dei diversi ruoli ed individuare i modi attraverso i quali la politica economica può porre le questioni proprie della politica economica in un ambito europeo e nazionale, nel rispetto di tutti i principi di salvaguardia della stabilità della moneta unica.

Una riflessione che dobbiamo fare nostra è il fatto che non ci può essere incomunicabilità e assenza di relazione ad ogni livello tra la politica delle Banche centrali e l'azione dei governi. Personalmente, con la limitata capacità di iniziativa di cui dispongo, ho tentato di muovermi in questa direzione, presentando un emendamento volto a verificare la possibilità di destinare una quota delle riserve della Banca d'Italia alla riduzione del debito pubblico.

La Presidenza della Camera ha dichiarato inammissibile l'emendamento in questa sede. Non discuto questa valutazione, ma il problema di fondo che il mio emendamento richiamava deve avere pure una sede ed una modalità per essere legittimamente posto e discusso. Io credo che questa sede sia anche la discussione sul bilancio di ciascun paese, se vogliamo che i parlamenti nazionali non siano del tutto esclusi dalle grandi questioni e non siano confinati soltanto a discutere di distribuzione delle briciole.

Ammettiamo pure che il problema delle riserve non possa avere qui una definizione di carattere normativo, ma nell'ambito della decisione di bilancio si deve pure poter richiedere un pronunciamento del Governo sulla questione di gran lunga più importante di tutte per il destino del nostro paese, ovvero come conciliare la necessità di alimentare politiche di sviluppo con il vincolo ineludibile di mantenere la rotta discendente per il nostro impressionante stock di debito pubblico. Credo che quell'emendamento ponesse tale questione, indicando tra l'altro cautelose modalità per individuare l'esistenza di un eventuale eccesso di risorse proprio rispetto alla funzione di garanzia che le riserve monetarie devono necessariamente svolgere, con il più ampio margine di intesa con la stessa Banca centrale.

Del resto, la possibilità di destinare una quota eccedentaria delle risorse delle banche centrali nazionali alla riduzione del debito pubblico è un obiettivo perfettamente in linea con la missione del sistema europeo delle banche centrali - la stabilità dell'euro - e dunque non può capovolgersi in una minaccia, né può divenire politicamente inammissibile esplorare questa possibilità. Potrei anche convenire, invece, con l'idea che occorra predisporre procedure più efficaci e che possano non essere opportune le decisioni unilaterali e le definizioni normative all'interno dei bilanci dei singoli paesi.

Lasciamo quindi pure «cadere» quell'emendamento, ma la questione da discutere in questa sede, in luogo di quell'emendamento o di altro, è che non vorrei che la dichiarazione di inammissibilità precludesse il modo per affrontare correttamente e nelle dovute forme la questione cruciale del raggiungimento degli obiettivi della manovra di bilancio, con riferimento alla persistenza della riduzione dello stock di debito pubblico, come ragione primaria dell'intera manovra di bilancio e all'esistenza di margini per l'impiego ottimale delle riserve eccedentarie al riguardo.

Il punto fondamentale posto in evidenza dalle stesse motivazioni con le quali il mio emendamento è stato dichiarato inammissibile è che il trattato non determina né individua le procedure per determinare l'ammontare delle riserve valutarie delle banche centrali. Occorre dunque trovare i modi per definire la soluzione del problema nella dinamica dei rapporti fra istituzioni politiche europee e nazionali e sistema delle banche centrali, fatta salva l'autonomia di quest'ultimo nello svolgimento dei compiti istituzionali.

Preannuncio pertanto la presentazione di un ordine del giorno al riguardo e nel frattempo intendo richiedere al Governo di esprimere la sua posizione circa la necessità di definire una politica economica dell'Unione europea che interagisca con efficacia con i compiti svolti dal sistema europeo delle banche centrali e di reimpostare completamente in questo quadro la questione del patto di stabilità. Mi sembra congruo parlare di questo nel momento in cui stiamo discutendo di un concordato fiscale che certamente è dubbio nella sua modulazione di entrata; inoltre, è abbastanza fastidioso doverlo decidere in questa sede, perché, come ben si sa, i provvedimenti che riguardano contenziosi o condoni vanno nella direzione di dare al cittadino segnali non certo di alta moralità.

Credo che allora sarebbe necessario porci la questione nel suo complesso ed affrontare il tema del rapporto fra Banca centrale e Banca centrale europea, fra politica economica del nostro paese e politica economica complessiva; è questa la sede nella quale possiamo svolgere una discussione più appropriata nel merito (Applausi dei deputati dei gruppi dell'UDC (CCD-CDU), Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani).


 


 

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