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27 Aprile 2005 

Governo Berlusconi bis: l'intervento di Tabacci in aula al dibattito sulla fiducia

Basta con i particolarismi, il rilancio passa dall'abbinamento dell'interesse generale con la cultura della libertà

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio dei ministri, onorevoli colleghi: vorrei rivolgermi a lei, signor Presidente del Consiglio, con simpatia e tentare di aprire un dialogo politico senza pregiudiziali e senza nascondere le ragioni critiche che mi hanno portato, talvolta, a dissentire dall'azione sua e del Governo.
È ovvio che lei abbia chiesto un voto di fiducia; è ovvio che tale fiducia venga data, quasi come se fosse una necessità sancita dal patto elettorale, che non viene certamente messo
in discussione. Questo suo nuovo Governo consente però di affrontare il nodo politico che lei ieri ha correttamente posto nella parte finale del suo intervento. Mi riferisco al passaggio dal Governo del Presidente, in qualche modo indicato dal voto elettorale, al Governo parlamentare di coalizione. Ebbene, ritengo che si possa affermare che non si tratta di un passaggio sgradevole, ma anzi costituzionalmente chiarificatore. Non mi pare che noi pensiamo di diventare una Repubblica presidenziale; io, comunque, non credo a tale soluzione. Allora, è opportuno che in maniera condivisa rendiamo più efficace la nostra democrazia parlamentare, evitando di inseguire modelli che mal si adattano alla nostra tradizione e alla nostra storia.
Qui non è tanto in discussione la devoluzione, largamente interpretata come correttiva dell'azione stravolgente adottata a maggioranza nel corso della passata legislatura dal centrosinistra, quanto i rapporti tra Governo e Parlamento, che richiamano il ruolo dei partiti e della coalizione dopo una lunga transizione. Ebbene, si tratta di un punto assai delicato e non credo che vi sia bisogno di indicare con uno schema presidenziale una struttura democratica che resta parlamentare.
Invece, credo che il Parlamento resti il punto centrale della democrazia nel nostro paese e che intorno a questo schema si debba lavorare perché così sente in larga misura la pubblica opinione. In questo passaggio va recuperato il ragionamento sulla ristrutturazione dei partiti. Non credo che si possa realisticamente parlare di un partito unico: così come sul fronte del centrosinistra non esiste un unico partito, vedo molto difficile la realizzazione dell'ipotesi di formare di un partito unico sul fronte del centrodestra. Non mi pare che si proceda verso una deriva bipartitica, anche se la logica «bileaderistica» di questi anni sembra trascinare in quella direzione.
Piuttosto, credo che si possa dar vita in Italia ad un contenitore politico nuovo, avendo come riferimento l'esperienza del Partito Popolare in Europa. Questo si può fare, ma certo lo si deve realizzare con una robusta base programmatica e con grande spirito democratico.
Quello che lei ha fatto in questi anni è probabilmente irripetibile, e ciò è sotto gli occhi di tutti. Ritengo tuttavia che si debba fare qualcosa di diverso, costruendo dal basso una struttura democratica nella quale possano convivere anche tradizioni diverse, ma avendo il metodo democratico come riferimento sostanziale. Credo che lei possa aiutarci a far diventare normale il nostro paese, uscendo da uno schema bipolare senza qualità, non dal bipolarismo.
È la scarsa qualità di questo bipolarismo che mi preoccupa. Esso, infatti, è competitivo sul piano numerico, ma spesso non lo è sul piano politico. La vicenda del corteggiamento dei radicali cosa dimostra, se non questo? Si tratta del tentativo di «fare 51», vale a dire del tentativo, di uno schieramento o dell'altro, di diventare prevalente, senza porsi il problema della qualità della proposta politica. È la cattiva qualità di questo bipolarismo a richiedere, a mio avviso, un'iniziativa politica adeguata.
Quanto ai punti programmatici dell'azione del Governo, vi è la necessità di un confronto costante con il Parlamento. Ritengo corretto il richiamo al patto di stabilità: d'altra parte, non possiamo scherzare con l'euro, e se vi fosse un andamento al rialzo dei tassi di interessi, non sapremmo come chiudere il bilancio. Analogamente, ritengo corretto considerare prevalente la ripresa dello sviluppo: piuttosto che il taglio dell'IRPEF, condizionato dal sommerso, dobbiamo impegnarci a sostenere le ragioni della competitività per le imprese, considerando il Mezzogiorno come valore.
Condivido inoltre il riferimento del collega Costa ai mercati concorrenziali nei monopoli ex statali: vi sono troppi settori che precedentemente appartenevano allo Stato e che oggi sono finiti in mano a privati, i quali operano come se, in realtà, fossero anche depositari del monopolio (mi riferisco alle banche, alle assicurazioni, alle autostrade, all'energia, alle telecomunicazioni). Ciò non è opportuno, in quanto si toccano duramente le tasche dei cittadini, ed è auspicabile un'azione incisiva delle autorità indipendenti volta a fare in modo che la politica delle tariffe tenga conto complessivamente della politica sociale nel nostro paese. Ciò richiama una riforma
dello Stato sociale che aiuti effettivamente i più deboli: troppa gente deve fare i conti con l'asprezza della quarta settimana, anche per i consumi basilari.
Ritengo che occorra restituire ai nostri concittadini la speranza di una politica fondata certamente sulla libertà, ma nella ricerca costante e puntigliosa dell'interesse generale: ecco l'abbinamento tra la cultura della libertà e la difesa dell'interesse generale, intransigente, forte, rispettosa di tutti, ma autorevole. Vi sono troppi odiosi particolarismi, piccoli e grandi, che non possono diventare la cifra rappresentativa di una stagione politica: si rischia la rottura con la dimensione più profonda dell'elettorato popolare.
In tale contesto è giusto collocare, nel sessantesimo anniversario, il ricordo della Liberazione, e così pure della dignità degasperiana e delle grandi scelte della ricostruzione. È bene che esse ci guidino ancora, e che non vengano guardate con distacco, come se fossero superate. Quello che abbiamo alle nostre spalle era un paese ideologicamente diviso, ma civilmente unito nell'impegno e nella passione politica, con la voglia di credere nel proprio riscatto. Questa è la cifra che lo rende diverso dal paese di oggi, che appare più rassegnato, più ripiegato, talvolta senza valori unitivi, alla ricerca dei miti del successo facile e politicamente molto diviso e rissoso. Non mi preoccupo delle divisioni politiche, mi preoccupo delle divisioni politiche di scarsa qualità: quando esse si scatenano in una rissa inspiegabile, non danno certamente un contributo utile non soltanto alla comprensione della politica, ma anche alla sua alta attuazione. Il nuovo sogno da proporre agli italiani è un paese più civile, più moderno, più sincero, meno ambiguo e furbesco. Su questo terreno vi è probabilmente spazio per una forte iniziativa di una coalizione moderata, prudente, rassicuratrice, eppure coraggiosa e innovatrice.
Onorevole Presidente Berlusconi, se la sente di aiutarci a coltivare questo disegno politico limpido e onesto? Una politica siffatta potrebbe aiutare a chiarire politicamente e programmaticamente le idee anche a una coalizione di centrosinistra che oggi appare immobile nell'attesa di un risultato nel quale spera, perché ha investito unicamente sui nostri errori e nella personalizzazione dello scontro leaderistico. Ritengo sarebbe molto utile da parte sua aiutare tutti noi a compiere questo percorso.
In questo senso, il suo nuovo Governo deve avere il compito di preparare una nuova fase di stabilizzazione della vita politica italiana.
In tale contesto sono del tutto disponibile a dare un contributo, certo personale: come è noto, non coinvolgo mai nessun altro al di fuori di me stesso. Questo è un contesto politico nel quale vale la pena di spendersi e penso che lo faremo fino in fondo, al servizio del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale. Congratulazioni).

 

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